E’ di questi giorni l’uscita di un libro scritto a quattro mani sulla biologia della gentilezza ( Daniel Lumera e Immaculata De Vivo, Mondadori editore ). Ora, che ci sia un estremo bisogno di gentilezza, compassione ed empatia credo sia una esigenza tangibile e diffusa. Il progresso supersonico della tecnologia porta con sé potenzialità mai viste in precedenza. Le opportunità di espressione sociale si moltiplicano e si specializzano. Grazie ad esse ci è permessa l’esplorazione di luoghi e mondi diversamente non raggiungibili per molti di noi, ci consentono di “incontrare” culture e realtà formative, ricreative, di approfondimento. E tutto questo con un semplice click restando comodamente seduti davanti ad un monitor. Come non vedere in questo il lato sostenibile, ecologico riducendosi gli spostamenti e i rischi ad essi connessi? E ancora, come non incrementare, per la salvaguardia del nostro habitat, tali opportunità estendendola ad altri ambiti? La scuola, la scienza, la cultura, ne trarrebbero e ne traggono, notevoli benefici, senza dimenticare come appena detto, l’ambiente, la qualità dell’aria in cui vivere e crescere.
Ho però esordito dicendo che abbiamo un estremo bisogno di gentilezza: il rischio sottile, e in taluni casi già realtà concreta è quello di dimenticare la dimensione umana, la relazione fatta di sguardi , di non detti, di rossori, di eccessi e di fragilità, di tempi che non rispondono a quelli di un click, di sentimenti suscitati in seguito ad un nostro cenno o gesto. L’attesa di un chiarimento, di una telefonata, di una risposta che ti “tiene sospeso” e il rilascio della tensione quando finalmente la o lo incontri, ci permettono di incontrare fisicamente, perciò emotivamente e spiritualmente l’altro. Il vederci, toccarci e sentirci ci restituisce la dimensione della nostra potente bellezza espressa nella nostra fragilità. Il limite di un figlio è “visto” con amore da una madre o da un padre, il broncio del marito sciolto da un sorriso, il risentimento di un amica risolto da un abbraccio chiarificatore. E’ la fisicità, l’impatto del nostro corpo sull’altro che ci mette in una relazione di scambio, di crescita e di compassione per i nostri e gli altrui limiti. Trascendere da questo potrebbe significare perdere di vista che ci rapportiamo con realtà diverse, con le proprie storie che hanno contribuito a renderci come siamo. Abbiamo bisogno di tempi, oltre che di tempo, in cui maturare , capire, sbagliare e ritentare.
Come tutto ciò si ripercuote sul nostro benessere e sulla nostra salute? E’ qui che mi ricollego al libro di Lumera, che con dati scientifici alla mano descrive l’effetto benefico della gentilezza, della compassione, dell’ottimismo e aggiungo io, dell’accettazione, sulla nostra biologia. Prima di lui, già un altro autore, Piero Ferrucci, scriveva della forza della gentilezza, descrivendola come potenza sinergica, risorsa energetica che “ti salva la vita”. Non solo in senso moralmente figurato: essere gentile produce a cascata effetti benefici sulle nostre cellule, sui nostri organi, allungandone la vita e la vitalità. Nel libro di Lumera e De Vivo, gli studi menzionati ribaltano l’ assodato concetto di “forza darwiniana”, sottolineando come a sopravvivere non siano i più capaci di sopraffare gli altri con doti naturali o acquisite, esprimendo una forza tensiva, ma coloro che sanno attivare circuiti di gentilezza, possibilità e felicità. Il tutto supportato da ricerche che hanno dimostrato la sensibilità del nostro organismo agli effetti “forti” ed epigenetici della gentilezza e della meditazione innescando processi capaci di resilienza e adattamento e autoguarigione. Questo mi porta a pensare e a condividere con voi che la nostra naturale predisposizione, riconosciuta anche dalle nostre cellule, è la cordialità, la disponibilità, insomma, la gentilezza. Quindi, anche solo per un fattore di mero tornaconto personale, usando le parole del libro di Saverio Tommasi:” siate ribelli, praticate gentilezza”.
Cinzia
NB: chiaramente consiglio la lettura dei libri citati!!
